Controlli il saldo del conto dopo tre anni. Il numero è più o meno quello di prima, magari un po’ più alto. Poi fai la spesa, apri la bolletta, prenoti una settimana ad agosto — e con gli stessi soldi porti a casa meno cose.
La domanda che sento più spesso nei colloqui è questa: quanto sto perdendo, davvero? E subito dopo ne arriva una seconda, quella vera: cosa posso fare senza mettere a rischio quello che ho messo da parte in vent’anni?
Qui sotto trovi i numeri dell’ultimo quinquennio, tre profili a confronto, e le categorie di strumenti che storicamente hanno tenuto testa all’aumento dei prezzi — con i loro limiti, che sono la parte che di solito non si racconta. È il modo più concreto per capire come proteggere i risparmi dall’inflazione nel 2026 senza fare mosse affrettate.
Quanto ti è costato non fare nulla (2021-2026)
Tra il 2021 e il 2025 i prezzi in Italia sono saliti, in totale, di circa il 17-18% secondo l’indice NIC dell’ISTAT. Tradotto in una cifra che puoi proiettare su di te: 50.000 € rimasti fermi sul conto dall’inizio del 2021 oggi comprano quello che allora compravi con circa 42.500 €. La differenza — intorno ai 7.500 € — non compare da nessuna parte sull’estratto conto. Si è dissolta dentro il prezzo delle cose.
È una scala di grandezza, non una misura al centesimo: dipende da cosa compri tu, perché il paniere ISTAT è una media nazionale e la tua spesa reale può pesare di più su energia e alimentari o di più su servizi. Ma l’ordine di grandezza regge.
Tre risparmiatori, tre situazioni diverse (numeri arrotondati, a fini illustrativi):
- Andrea, 38 anni, libero professionista, 50.000 € sul conto da cinque anni tenuti come “cuscinetto” per i mesi in cui fattura poco. Potere d’acquisto eroso: circa 7.500 €.
- Laura, 52 anni, dipendente, 80.000 € fermi da quando ha venduto la casa dei genitori. Erosione: intorno ai 12.000 €.
- Paolo, 64 anni, a due anni dalla pensione, 120.000 € in attesa di “decidere cosa farne”. Erosione: circa 18.000 €.
Nessuno dei tre ha sbagliato qualcosa di clamoroso. Hanno fatto la cosa più naturale del mondo: rimandare. Il punto è che quel rimandare, in un quinquennio come questo, ha avuto un prezzo misurabile. Nei colloqui che faccio da consulente finanziario tra Latina e Roma è quasi sempre da qui che si parte.
Inflazione attesa 2026-2028: scenari, non previsioni
A giugno 2026 l’indice NIC dell’ISTAT segna +3,0% su base annua, in calo dal +3,2% di maggio, con variazione mensile nulla. La cosiddetta inflazione acquisita per l’anno — cioè quella che avresti a fine 2026 se da qui in avanti i prezzi restassero fermi — è +2,6%. La componente di fondo, quella che esclude energia e alimentari freschi, sta a +1,7%.
Sono due numeri che raccontano cose diverse. Il 3,0% è quello che senti alla cassa. L’1,7% è quello che dice quanto l’aumento sia strutturale e quanto invece dipenda da voci volatili come la bolletta. Nell’area euro, per confronto, l’indice armonizzato di giugno si è fermato al 2,8%, con la componente di fondo al 2,4%.
Dove sarà l’inflazione nel 2028 non lo so, e diffido di chi te lo dice con precisione. Quello che si può fare è mettere in fila tre righe su un foglio e guardare cosa succede a 100.000 € tenuti fermi per cinque anni:
- Con i prezzi al 2% l’anno, il potere d’acquisto scende di circa 9.000 €.
- Al 3%, di circa 14.000 €.
- Al 4%, di circa 18.000 €.
Non sono previsioni. Sono l’intervallo dentro cui ragionare, ed è già abbastanza per capire perché l’orizzonte temporale conta più della singola scelta di strumento.
Liquidità in conto: il “non investire” è una scelta
La Banca d’Italia lo ripete da anni nei suoi rapporti sulla ricchezza delle famiglie: i depositi restano la voce dominante del risparmio italiano. Non è un difetto di cultura finanziaria, è memoria — chi ha vissuto il 2008 e il 2011 associa “muoversi” a “perdere”.
Solo che tenere fermo non è neutro. Un conto corrente non remunera praticamente nulla. Un conto deposito vincolato oggi rende, a seconda della durata, tra l’1,5% e il 3% lordo; tolto il 26% di imposta, siamo tra l’1,1% e il 2,2% netto. Su 50.000 € vincolati al 2% lordo incassi circa 740 € netti in un anno, mentre con prezzi al 3% il potere d’acquisto su quella somma si riduce di circa 1.500 €. Il saldo reale resta negativo di qualche centinaio di euro.
Questo non significa che la liquidità vada azzerata. Anzi: c’è una parte dei tuoi soldi il cui posto giusto è esattamente lì. Il fondo di emergenza — le spese di sei-dodici mesi, la caldaia che salta, i mesi senza fatture — deve stare su conto o deposito, deve essere disponibile domani mattina, e il fatto che perda qualcosa in termini reali è il prezzo della sua funzione. È un costo assicurativo, non un errore.
Il discorso cambia sull’eccedenza: quella parte che sta lì da anni senza un compito assegnato. Distinguere le due cose è la prima cosa che guardo quando qualcuno mi porta l’estratto conto.
Asset reali: oro, immobili, materie prime (pro e contro)
Quando si parla di difesa dai prezzi, il pensiero corre subito alle cose “vere”. Vale la pena guardarle senza mitologia.
Oro. Storicamente ha tenuto il potere d’acquisto su orizzonti molto lunghi, ma con oscillazioni ampie e periodi anche decennali di rendimento reale negativo. Non paga cedole né dividendi: il ritorno arriva solo dal prezzo. Nell’estate 2026 si scambia intorno ai 114-116 € al grammo. Chi ci mette dentro tutto commette lo stesso errore di chi lascia tutto sul conto: concentra il rischio su una variabile sola.
Immobili. I canoni di locazione tendono a seguire i prezzi, e questo è il vantaggio. Il problema sono i costi che nel discorso da bar spariscono. Un appartamento da 200.000 € affittato a 700 € al mese rende 8.400 € lordi l’anno, che sembrano il 4,2%. Tolti imposte sul reddito da locazione, IMU se non è prima casa, spese di manutenzione straordinaria, condominio a carico del proprietario e qualche mese di sfitto, il netto realistico scende spesso al 2-3%. Aggiungi che vendere richiede mesi e che non puoi liquidarne un pezzo se ti serve solo una parte.
Materie prime. Reagiscono in fretta agli shock, ed è proprio questo il punto debole: a luglio 2026 il Brent è passato sopra i 100 dollari in pochi giorni sulle tensioni nello Stretto di Hormuz, per poi rientrare. Chi le tiene deve accettare quel tipo di ballo.
Azionario: la protezione di lungo periodo
Le serie storiche di lungo periodo raccolte dal Global Investment Returns Yearbook mostrano che, su orizzonti pluridecennali, le azioni sono state la classe di attivo con il rendimento reale — cioè al netto dell’inflazione — più alto. Con un prezzo da pagare: la volatilità, che nel breve può essere brutale. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri, e questa non è una previsione su cosa faranno i prossimi cinque anni.
La ragione economica per cui l’azionario tende a seguire i prezzi è semplice: dietro un’azione c’è un’azienda che vende qualcosa, e quando i costi salgono le aziende, prima o poi, ritoccano i listini. Non tutte, non subito, non nella stessa misura — ma il meccanismo è quello.
Il vero criterio qui non è il rendimento atteso, è il tempo che hai. Una settimana come quella di metà luglio 2026, con Piazza Affari che perde il 2,8% in una seduta e recupera due giorni dopo, non ti dice assolutamente nulla su un orizzonte a dieci anni. Ti dice solo che nel frattempo il valore balla. Se quei soldi ti servono fra diciotto mesi, il ballo è un problema. Se non ti servono prima di dieci anni, è rumore.
Obbligazionario: indicizzati e tasso reale
Il concetto da tenere è uno solo, e vale per tutto il resto dell’articolo: il tasso reale è quello che resta dopo aver sottratto l’inflazione dal rendimento. Un titolo che rende il 3% con prezzi che salgono del 3% ti sta restituendo, in potere d’acquisto, esattamente quello che gli hai dato.
Oggi il decennale italiano viaggia intorno al 4%, il corrispettivo tedesco poco sopra il 3,2%. Prendi 30.000 € su un titolo di Stato che rende il 3,5% lordo: con l’aliquota agevolata del 12,5% incassi circa 920 € netti l’anno, mentre l’inflazione al 3% erode circa 900 € di potere d’acquisto su quella somma. Il guadagno reale è vicino allo zero, ma il capitale nominale resta protetto — che è la funzione per cui quello strumento esiste.
Esiste poi una famiglia specifica, i titoli di Stato indicizzati all’inflazione, in cui cedola e capitale si rivalutano seguendo un indice dei prezzi. Difendono dal rialzo dei prezzi per costruzione, ma restano esposti alla sensibilità ai tassi: se i tassi di mercato salgono, il valore del titolo prima della scadenza scende comunque. Proteggono da una cosa, non da tutte.
Da qui in poi le variabili in gioco — scadenze, fiscalità, quanto capitale ti serve liquido e quando — diventano troppo personali per un articolo. È il punto in cui, di solito, si fissa un appuntamento senza impegno e si guardano i numeri veri invece di quelli dell’esempio.
La regola dei secchi: come proteggere i risparmi senza bloccarli
Nei colloqui uso quasi sempre la stessa immagine, perché funziona: invece di chiederti “quanto rischio mi prendo”, dividi i soldi in tre secchi in base a quando ti servono.
- Secchio corto (0-2 anni) — emergenze e spese già in agenda. Conto e depositi. Qui la perdita reale è il prezzo della disponibilità immediata, e va accettata.
- Secchio medio (3-7 anni) — obiettivi con una data: l’auto, l’università dei figli, la ristrutturazione. Strumenti che accettano oscillazioni contenute e hanno una scadenza compatibile.
- Secchio lungo (8 anni e oltre) — integrazione della pensione, patrimonio da trasferire. È l’unico secchio in cui la volatilità smette di essere un rischio e diventa il pedaggio per un rendimento reale.
Quanto mettere in ciascun secchio è la parte che in un articolo non si può scrivere, e chi te la scrive sta vendendo una ricetta. Dipende dal tuo reddito, da quanto è stabile, da cosa possiedi già, da quanto dormi tranquillo quando i mercati ballano. Negli incontri vedo che le situazioni si dividono più o meno a metà tra chi ha il secchio corto sovradimensionato di parecchio e chi invece non ce l’ha affatto — e sono due problemi opposti, con due soluzioni opposte.
Un buon punto di partenza è l’analisi del portafoglio che trovi tra gli strumenti del sito: ti dà la fotografia di dove sono i tuoi soldi oggi. Il passo dopo è discuterne i risultati con qualcuno che veda il quadro intero, incluso quello che non entra in nessun calcolatore. Se il tema ti interessa da vicino, ti torna utile anche l’articolo su TFR in azienda o in fondo pensione: la rivalutazione del TFR è legata all’inflazione, e ragiona con la stessa logica di orizzonte temporale.
Cosa ricordare
- Tra 2021 e 2025 i prezzi sono saliti di circa il 17-18%: su 50.000 € fermi significa circa 7.500 € di potere d’acquisto in meno.
- A giugno 2026 l’ISTAT misura +3,0% annuo, ma la componente di fondo è all’1,7%: l’aumento è ancora molto spinto dall’energia.
- Il fondo di emergenza sul conto non è un errore: la perdita reale è il costo della disponibilità immediata. L’eccedenza ferma da anni è un’altra questione.
- Oro, immobili e materie prime difendono dai prezzi, ma con costi, illiquidità e oscillazioni che vanno contati per intero.
- Il tasso reale è il rendimento meno l’inflazione: è l’unico numero che dice se stai guadagnando davvero.
- Dividere i risparmi per orizzonte temporale — corto, medio, lungo — decide più cose della scelta del singolo strumento.
Vuoi capire come si applica al tuo caso?
Ogni situazione ha le sue variabili. Se vuoi vedere i numeri sul tuo caso reale, possiamo parlarne con calma.
Fonti
- ISTAT, Prezzi al consumo — indice NIC, dati definitivi giugno 2026 e serie storica 2021-2025.
- Banca d’Italia, “La ricchezza delle famiglie italiane”, ultima edizione disponibile.
- Eurostat, Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) area euro, giugno 2026.
- BCE, Decisioni di politica monetaria del Consiglio direttivo, 23 luglio 2026.
- Global Investment Returns Yearbook, ultima edizione — rendimenti reali di lungo periodo per classe di attivo.

