Succede spesso in queste settimane d’agosto, quando la famiglia si ritrova: tra una cosa e l’altra qualcuno accenna alla casa dei nonni, a un conto intestato solo a tuo padre, a “quella pratica che prima o poi bisogna fare”. Poi si cambia discorso, e la domanda su quanto costi davvero una successione — con le aliquote in vigore nel 2026 — resta lì sospesa.
Non è un argomento facile. Riguarda una persona a cui vuoi bene, e per questo si rimanda: nei colloqui incontro persone che ci pensano da anni senza aver mai fatto due conti.
Qui trovi aliquote e franchigie aggiornate, cosa finisce davvero nell’asse ereditario e cosa no, e quali strumenti permettono di preparare il terreno per tempo. Senza fretta e senza allarmi: conoscere le regole serve proprio a togliere l’ansia dal tema.
Cosa è cambiato dal 1° gennaio 2025 (D.Lgs. 139/2024)
La differenza più concreta per chi si trova a gestire una successione oggi è questa: il conto lo fai tu. Fino al 2024 presentavi la dichiarazione e aspettavi l’avviso di liquidazione dell’Agenzia delle Entrate; dal 1° gennaio 2025 l’imposta si autoliquida, come si fa con l’IRPEF.
Le scadenze che ti riguardano sono due. La dichiarazione di successione va presentata in via telematica entro 12 mesi dalla data del decesso. L’imposta autoliquidata va versata entro 90 giorni dalla presentazione, con la possibilità di rateizzare: 20% subito e il resto in 8 rate trimestrali, che diventano 12 se l’importo supera i 20.000 €.
Un’altra novità utile: le donazioni fatte in vita non si sommano più all’eredità per erodere la franchigia in successione (il cosiddetto coacervo successorio è stato eliminato). E il trust ha finalmente una disciplina fiscale scritta, con tassazione al momento in cui i beni arrivano ai beneficiari.
Se il defunto era coniuge o parente in linea retta, l’attivo non supera i 100.000 € e non ci sono immobili, la dichiarazione non va nemmeno presentata. È il caso di molte eredità “leggere”, fatte di un conto corrente e poco altro.
Aliquote e franchigie della successione nel 2026, grado per grado
Partiamo da come funzionano davvero i numeri. L’imposta si paga solo sulla parte che eccede la franchigia, e la franchigia spetta a ciascun erede, non all’eredità nel suo complesso. Questa seconda parte è quella che nei colloqui sorprende di più.
- Coniuge e parenti in linea retta (figli, nipoti in linea retta, genitori): aliquota 4%, franchigia 1.000.000 € per ciascun erede.
- Fratelli e sorelle: aliquota 6%, franchigia 100.000 € ciascuno.
- Altri parenti fino al 4° grado (zii, cugini), affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3° grado: 6%, nessuna franchigia.
- Tutti gli altri, conviventi di fatto compresi: 8%, nessuna franchigia.
- Erede con handicap grave riconosciuto ai sensi della L. 104/1992: franchigia di 1.500.000 €, qualunque sia il grado di parentela.
Cosa significa in euro. Prendiamo un caso archetipico, con numeri tondi per leggerli al volo: un patrimonio di 900.000 € che passa al coniuge e a due figli. Ciascuno ha la sua franchigia da 1.000.000 €, quindi l’imposta di successione è zero. È la situazione della grande maggioranza delle famiglie italiane, e vale la pena saperlo prima di preoccuparsi.
Cambia il quadro quando gli eredi non sono figli o coniuge. Lo stesso patrimonio di 900.000 € lasciato a un nipote-cugino paga il 6% su tutto: 54.000 €. Lasciato a un convivente non sposato, l’8%: 72.000 €. Non è una fatalità — è l’effetto di come è disegnata la legge, e proprio per questo è la situazione in cui pianificare per tempo pesa di più.
Cosa entra nell’asse ereditario (e cosa no)
Qui si annida l’errore più comune che vedo: fare i conti sul valore di mercato della casa. Gli immobili entrano nell’asse ereditario al valore catastale, cioè la rendita rivalutata del 5% e moltiplicata per un coefficiente (110 per la prima casa, 120 per gli altri fabbricati). Un appartamento che vale 300.000 € sul mercato può entrare in successione per 90.000-120.000 €. La distanza fra le due cifre è la ragione per cui tante eredità “grosse” a occhio restano sotto la franchigia.
Entrano nell’asse: immobili e terreni, conti correnti e depositi, azioni, obbligazioni, quote di fondi, quote di società, crediti verso terzi. Si sottraggono i debiti del defunto documentati e le spese funerarie fino a 1.032,91 €.
Non entrano invece, e sono le voci che più spesso mancano nei calcoli fatti in casa:
- i titoli di Stato italiani e gli altri titoli del debito pubblico equiparati;
- i capitali caso morte delle polizze vita, che vanno ai beneficiari per diritto proprio;
- il TFR e le indennità di fine rapporto spettanti agli eredi;
- i beni culturali vincolati, alle condizioni di legge.
Attenzione a una voce a parte: sugli immobili si pagano comunque le imposte ipotecaria e catastale, il 2% e l’1% del valore catastale, con un minimo di 200 € ciascuna. Se anche un solo erede può chiedere l’agevolazione prima casa, scendono a 200 € fisse ciascuna. Su questi passaggi di cassa, e su come si incrociano con il resto della fiscalità familiare, ho scritto anche nell’articolo su investimenti e dichiarazione dei redditi 2026.
Polizze vita: lo strumento più sottovalutato
Nei colloqui è il punto in cui più spesso vedo accendersi una lampadina. Le polizze vita di ramo I o multiramo, nella componente caso morte, hanno tre caratteristiche che sul piano successorio contano parecchio.
La prima: il capitale liquidato ai beneficiari non rientra nell’asse ereditario e non sconta imposta di successione. La seconda: l’articolo 1923 del codice civile le rende non pignorabili né sequestrabili. La terza, la più pratica di tutte: i beneficiari ricevono una somma liquida in tempi brevi, mentre i conti del defunto restano bloccati e gli immobili non si vendono in tre settimane.
È proprio questo terzo punto a fare la differenza in casi concreti. Se l’eredità è fatta soprattutto di mattoni e l’imposta va versata entro 90 giorni, la domanda “con quali soldi paghiamo?” arriva molto prima della domanda “quanto paghiamo?”. Una copertura vita costruita per tempo risponde alla prima.
Un limite va detto con chiarezza, perché è una zona in cui si fanno confusioni costose: la designazione del beneficiario non permette di aggirare le quote di legittima. Se i premi versati sono sproporzionati rispetto al patrimonio, i legittimari possono agire per la reintegrazione della loro quota. Lo strumento serve a dare liquidità ed efficienza, non a spostare l’asse a piacimento. Da qui in poi le variabili sono troppo personali per un articolo: è il tipo di verifica che si fa guardando insieme i numeri veri, in un appuntamento senza impegno.
Donazioni in vita: pro, contro e regole
La donazione sconta le stesse aliquote e le stesse franchigie della successione: 4% oltre il milione per figli e coniuge, 6% oltre i 100.000 € per i fratelli, e così via. Il vantaggio non sta quindi in uno sconto d’imposta, ma nel fatto che le franchigie si possono usare più volte nel tempo — tra le stesse persone, però, le donazioni successive si sommano tra loro e la franchigia si consuma progressivamente.
Ci sono due controindicazioni che vale la pena conoscere prima di muoversi.
La prima riguarda gli altri eredi: se una donazione lede la quota di legittima, i legittimari possono chiedere la riduzione entro 10 anni dall’apertura della successione. La seconda è più concreta ancora: un immobile ricevuto in donazione è, per anni, difficile da vendere e spesso poco gradito alle banche come garanzia per un mutuo, proprio per quel rischio di impugnazione.
Esiste anche una via intermedia che nei colloqui torna spesso: donare la nuda proprietà tenendo per sé l’usufrutto. Chi dona continua ad abitare la casa o a percepirne l’affitto, e alla sua mancanza l’usufrutto si consolida senza ulteriore imposta. Il valore su cui si calcolano le imposte è ridotto in proporzione all’età dell’usufruttuario. Non è una mossa buona per tutti: cambia gli equilibri familiari e va valutata insieme a chi resta. La donazione, in ogni caso, è un atto pubblico: si fa davanti al notaio, che è il riferimento per verificare la fattibilità sul caso specifico.
Patti di famiglia per imprenditori
Se nel patrimonio c’è un’azienda o una quota di società, il tema cambia natura. Il rischio non è tanto l’imposta, quanto la paralisi: quote che si frammentano tra eredi con visioni diverse, e un’attività che si ferma mentre si litiga.
Il patto di famiglia (articolo 768-bis del codice civile) serve a questo: l’imprenditore trasferisce l’azienda o le quote a uno o più discendenti, con l’accordo di tutti i legittimari, che vengono liquidati in denaro o in altri beni. Il vantaggio è che quanto assegnato non è più impugnabile dagli altri eredi alla morte del disponente: la questione si chiude in vita, con tutti al tavolo.
Sul piano fiscale il trasferimento di aziende, rami d’azienda e quote sociali a favore di discendenti e coniuge è esente da imposta di successione e donazione, a condizione che i beneficiari proseguano l’attività — o mantengano il controllo della società — per almeno 5 anni. È un’esenzione piena, non una riduzione, e le condizioni vanno rispettate alla lettera. La costruzione dell’atto è terreno del notaio; la parte che seguo io è quella prima e quella dopo: come si finanzia la liquidazione degli altri legittimari e come si riorganizza il patrimonio di chi cede.
Quick check: a che punto sei nella pianificazione?
Non serve avere tutto risolto. Serve sapere dove sei. Cinque domande, da farsi con calma:
- Sai a quanto ammonta il patrimonio di famiglia a valori catastali e fiscali, non a occhio?
- Conosci i gradi di parentela degli eredi e le franchigie che spettano a ciascuno?
- Se l’imposta andasse versata entro 90 giorni, con quale liquidità si pagherebbe?
- Ci sono beni indivisibili (la casa, l’azienda) destinati a più eredi senza un accordo?
- Esiste un testamento, e le designazioni di beneficiario delle polizze sono ancora coerenti con la situazione di oggi?
Se su tre di queste cinque la risposta è “non lo so”, non è un problema: è il punto di partenza normale. Puoi cominciare con il quick check successione per mettere in fila i dati essenziali. Per la redazione del testamento o di un patto di famiglia il riferimento è il notaio; per capire prima quanto pesa la situazione e come dare liquidità agli eredi, il confronto lo facciamo insieme, con calma e senza impegno. Trovi il resto di quello che faccio partendo dalla home del sito.
Cosa ricordare
- La franchigia da 1.000.000 € spetta a ciascun erede in linea retta, non all’eredità nel suo insieme: molte famiglie non pagano nulla.
- Gli immobili si valutano al valore catastale, spesso un terzo del prezzo di mercato: fare i conti sul valore commerciale porta fuori strada.
- Dal 2025 l’imposta si autoliquida: dichiarazione entro 12 mesi dal decesso, versamento entro 90 giorni, con rateizzazione possibile.
- Il problema pratico più frequente non è quanto si paga, ma con quale liquidità si paga mentre i conti sono bloccati.
- Chi eredita fuori dalla linea retta — conviventi, nipoti, amici — paga 6% o 8% senza alcuna franchigia: è lì che pianificare pesa di più.
Vuoi capire come si applica al tuo caso?
Ogni situazione ha le sue variabili. Se vuoi vedere i numeri sul tuo caso reale, possiamo parlarne con calma.
Fonti
- D.Lgs. 18 settembre 2024 n. 139, “Disposizioni per la razionalizzazione dell’imposta di registro, dell’imposta sulle successioni e donazioni, dell’imposta di bollo”.
- D.Lgs. 31 ottobre 1990 n. 346 (Testo Unico Successioni e Donazioni), artt. 2, 3, 8, 12, 13, 31, 57.
- Agenzia delle Entrate, “Dichiarazione di successione e domanda di volture catastali”, guida e istruzioni al modello, aggiornamento 2026.
- Codice civile, artt. 768-bis e seguenti (patto di famiglia) e art. 1923 (impignorabilità e insequestrabilità delle somme dovute dall’assicuratore).
- Banca d’Italia, “La ricchezza delle famiglie italiane”, statistiche sulla composizione del patrimonio delle famiglie.

